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Il più delle volte, quando abbiamo un blocco creativo, avremmo bisogno di essere provocati. L’idea non è nuova: si tratta di una tecnica messa a punto da Edward De Bono, l’ideatore del “pensiero laterale”, o almeno colui che intorno a questo concetto ha costruito una filosofia (ed una serie di pratiche) di grande rilevanza, oggi utilizzata in tutto il mondo sia nelle aziende che hanno bisogno di idee innovative per i propri prodotti, sia da creativi e singoli professionisti in cerca di spunti utili. L’intuizione di De Bono è stata quella di comprendere che il normale “pensiero verticale”, utile – anzi indispensabile – nelle normali attività quotidiane (ed anche nella matematica ed in altre scienze esatte sinchè si resta sui soliti “binari”), era però scarsamente utile – ed anzi di ostacolo – quando si trattava di innovare, di avere idee originali e fuori dall’ordinario. Qui scatta il pensiero laterale, che non funziona secondo una stringente logica consequenziale, ma che inverte, sovverte o distrugge il normale andamento dei pensieri, in modo da suscitare nuove intuizioni. De Bono ha scritto numerosissimi libri (tra tutti vi consiglio “Essere Creativi”, edito dal Sole 24 Ore, € 11,00), rivolti principalmente a manager, progettisti, tecnici ed insegnanti. Come ammette lui stesso, le sue tecniche sono state utilizzate anche da cantanti, attori, scrittori, artisti vari, ma non sono state pensate e concepite per i “creativi” nel senso artistico del termine, ed in effetti leggendo le sue pubblicazioni questo si intuisce chiaramente. Tuttavia, è possibile anche per un fotografo trarne giovamento (così come per ogni artista) semplicemente cercando di comprendere il senso profondo delle suddette tecniche e cercando di applicarle alle proprie esigenze personali. La tecnica più nota, la prima che De Bono ha concepito e diffuso, è quella detta dei “Sei cappelli per Pensare” (titolo anche di un suo libro) che però richiede un lavoro di gruppo, ed in questo rivela il suo essere stata concepita per agevolare e rendere più profittevoli le riunioni in azienda. Ma altre tecniche, come la provocazione o l’entrata casuale, la pietra di guado e la distorsione sono invece potenzialmente utilissime se siamo in cerca di nuovi spunti fotografici e ci sentiamo un po’ svuotati.

Il concetto di fondo è quello di creare un “corto circuito” mentale, facendo deviare dal solito binario il treno dei nostri pensieri. La nostra abitudine alla logica consequenziale (appresa a scuola) non ci permette di scorgere le mille possibilità alternative: perciò introducendo un elemento nuovo e dirompente, ecco che potremo allargare il nostro spazio mentale. La provocazione in tal senso è davvero un metodo potente. Ad esempio, applicando il metodo della fuga, dovremmo innanzitutto descrivere dettagliatamente qualcosa che si dà per scontato (“le stampe fotografiche vanno appese al muro”); subito dopo dovremmo “fuggire” da questa realtà, cancellandola, negandola, lasciandola cadere o rimuovendola (“le stampe vanno messe per terra”, ecco la provocazione). Utilizzando il movimento e la tecnica dell’attimo per attimo, si possono così immaginare le stampe utilizzate come tappeti con la gente che ci cammina sopra: una mostra senz’altro originale, no? Il rischio di questa tecnica è che inconsciamente potremmo cercare di pilotare le nostre scelte. In tal caso ci viene in aiuto una tecnica dirompente, quella dell’Entrata Casuale. Dovremmo cercare di identificare una parola (nel nostro esempio: “mostra”) che illustri il concetto su cui stiamo lavorando, poi vi dovremmo collegare una parola casuale, che non abbia apparentemente nessun legame con la prima: basta aprire a caso un libro o un vocabolario e scegliere, senza guardare, una parola (ad esempio viene fuori “naso”). De Bono, per rendere l’idea dell’incongruenza tra i due termini utilizza la particella “po”: Mostra po Naso. Ora inizia il lavoro: occorre da questa casuale associazione tirar fuori delle idee concrete. Provateci, funziona. Nel nostro esempio, quindi, potremmo immaginare una mostra in cui le persone debbano passare vicino alle stampe (davanti al proprio naso…), che sono piccolissime e montate dietro delle lenti d’ingrandimento. Non sempre avremo risultati utili o convincenti, a volte occorre lavorarci un po’, ma alla fine qualcosa se ne ricava sempre. Ovviamente questo è solo uno spunto: per imparare davvero occorre leggersi i libri di De Bono (quasi tutti in edizione economica) o, volendo, iscriversi ai corsi dell’accademia che anche in Italia rappresenta l’inventore del “Pensiero Laterale”. Buona creatività a tutti!
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Non intendo affatto parlare di quei colleghi che ammiriamo ogni domenica a bordo campo armati dei loro teleobiettivi da 600 e più millimetri intenti ad accumulare migliaia di scatti del calciatore o del cestista di turno, o che vediamo sgomitare d’inverno lungo le piste dello sci o rischiare un improvvido tuffo in piscina durante i campionati di nuoto stile libero. E’ un genere fotografico di grande interesse, a volte anche economicamente produttivo, ma non è di questo che voglio parlare. Intendo invece chiedermi (e chiedervi): la fotografia può essere considerata di per sé stessa uno sport? Se pensiamo che sono considerate attività sportive anche gli Scacchi e addirittura il Bridge (il gioco delle carte voglio dire: lo stretto di Messina non c’entra), credo che su questo ci siano pochi dubbi. Sebbene realizzare foto di Still Life non richieda normalmente grandi sforzi fisici, realizzare belle foto di Paesaggio, specialmente in montagna, o intriganti scatti di Natura, comporta invece un’attività fisica non indifferente. E in realtà esistono dei Campionati Mondiali di Fotografia Naturalistica, così come di Fotografia Subacquea (un altro genere che richiede una preparazione fisica di prim’ordine), ma sono chiamati “campionati” in senso lato, la prestazione fisica è considerata necessaria ma non fondamentale, ciò che conta è il gesto creativo. Naturalmente, è giusto così: la fotografia è principalmente un’arte. Però vorrei insistere sul fatto che fotografare potrebbe essere considerato un gesto atletico vero e proprio, sebbene di intensità relativamente ridotta. E vi faccio un esempio. L’altro giorno stavo in un bosco a fotografare funghi. Quando arriva questa stagione, e le foglie degli alberi s’indorano (scusate il poetismo), non resisto mai alla tentazione di andare “a funghi”: quelli che cerco io, ovviamente, non sono commestibili (alcuni anzi sono decisamente tossici o mortali…), a me interessa solo il loro aspetto estetico.

Ce ne sono di bellissimi: a forma di trombetta, di palla, di rete, a ombrello, a lamelle… Insomma, difficile trovare un soggetto più interessante di questo! Ebbene, dopo cinque ore di “cerca – trova – fotografa” piegato in due nel sottobosco, mi sentivo come un atleta al termine della Maratona di New York. Si mettono in moto muscoli che uno dimentica di avere, se non quando, appunto, iniziano a far male perchè sollecitati troppo a lungo. E che dire di quando si vogliono realizzare belle immagini dalla cima di una montagna? Mi si dirà che in quel caso lo sport praticato è in realtà l’escursionismo (o addirittura l’arrampicata su roccia), ma chi di voi (noi) ha praticato questo “sport” fotografando, sa bene che il normale escursionista è al confronto un comodoso “culo di piombo” impegnato a passeggiare a ritmo blando su una modesta collina. Oramai con i miei amici abbiamo stabilito di decidere a priori se un’uscita sul campo deve essere solo escursionistica o solo fotografica: mischiare le due cose portava a sofferenze inenarrabili su per i sentieri appenninici, carichi come i somari sul Carso durante la Prima Guerra Mondiale, con cavalletti, flash ed obiettivi e la costante indecisione se fermarsi a fotografare quel bel fiore o quella farfalla o quello scorcio sulla valle, o piuttosto proseguire verso la cima, perchè in costante ritardo sulla tabella di marcia! Perciò, senza farla troppo lunga, io propongo di considerare la fotografia “outdoor” come una vera e propria disciplina sportiva, con tanto di FIFO (Federazione Italiana Fotografia Outdoor) nell’ambito del CONI e la partecipazione alle prossime Olimpiadi almeno come “Sport dimostrativo”. Beh, non sarebbe male, no? Pensate che soddisfazione. Magari ci sarebbero i fotografi di sport con i loro teleobiettivi tutti intenti a fotografare altri fotografi impegnati invece a scattare immagini per sport. Una scena epica, senza dubbio!
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Sarà forse perché si sta avvicinando la ricorrenza dei morti, o magari perchè attraverso un periodo un po’ malinconico, ma stavolta vorrei parlare dei defunti. Dài, smettetela con gli scongiuri: intendo parlarne dal punto di vista fotografico, è ovvio. Riflettevo infatti sulla capacità che possiede la fotografia di tramandarci le fattezze di chi non c’è più, ed a volte di ricordarcene anche il carattere, o addirittura -quando la foto è stata fatta da uno davvero bravo- uno spicchio d’anima della persona ritratta. Non ho bisogno certo di scomodare Susan Sontag come testimone: chiunque abbia avuto a che fare con la fotografia (cioè oramai praticamente tutti) sa bene che potere mnemonico straordinario abbia. Se noi oggi possiamo ricordare i nostri cari, le loro fattezze almeno, ma anche avere un’idea dell’aspetto di tanti personaggi del passato, soprattutto personaggi importanti e famosi, è proprio grazie a questa meravigliosa invenzione. E se è vero che le “personalità” (re e dittatori, scrittori, poeti e grandi artisti, politici, e così via) hanno avuto anche l’onore di essere ripresi grazie alla cinematografia (che in qualche modo è un’arte figlia della fotografia), tutti gli altri si sono dovuti accontentare - prima dell’introduzione del “video” elettronico che ha reso le immagini in movimento alla portata di chiunque – delle immagini fisse. Album e cornici abbondano delle fotografie ingiallite e fuori moda di nonni e bisnonni, zie e cugini, lontani parenti che non abbiamo mai conosciuto, ma che sono comunque entrati nelle nostre vite grazie al fatto che possiamo, per così dire, “guardarli in faccia”, infrangendo il muro del tempo e dello spazio. E pensate che sollievo poter ricordare il volto di una persona cara scomparsa grazie ad una immagine fotografica: per secoli, le persone hanno fatto i conti con l’aggressione della dimenticanza, che faceva lentamente sbiadire se non i ricordi più vivi, certamente rendeva meno nette e precise le fattezze del caro estinto, che così pian piano spariva dall’orizzonte quotidiano della famiglia, e delle generazioni successive. La fotografia ha donato alle masse uno stralcio di eternità, quella che prima era riservata solo ai ricchi, ai nobili ed ai potenti, che avevano i fondi necessari a lasciarsi dipingere da qualche artista di grido. Grazie alle sculture, noi possiamo almeno immaginare le fattezze addirittura di un imperatore romano, ma niente sappiamo delle facce che aveva il popolo su cui regnava. Oggi ogni famiglia ha un repertorio esaustivo dell’aspetto di ciascun componente da almeno 5-6 o più generazioni. Se questo sia sempre e comunque un bene, non lo so, ma è un altro segno di come la fotografia ci abbia cambiato la vita! E visto che viviamo nell’era della condivisione allargata e dei social network, vi consiglio di fare un giro nel sito Stayinme, un nuovissimo social network dedicato al lutto, ideato e reso “vitale” (scusate l’ossimoro) da due mie care amiche. E’ in realtà un luogo virtuale in cui condividere dolori e ricordi legati alla perdita di una persona cara, di un animale, di un personaggio famoso. Ed è anche un luogo in cui depositare ed appunto condividere anche le fotografie (e volendo, anche i video) della persona (o dell’animale) scomparso. Niente di macabro o triste: la morte, che ci piaccia o no, è parte integrante delle nostre vite, ed anche se ne abbiamo paura non per questo dovremmo “scansarla” ed evitare di parlarne, perché in questo modo potremmo finire per negarci la possibilità di rimanere in contatto con le persone che hanno “attraversato quella porta”. E certamente sarebbe un peccato. Fateci un giro (nel social network, intendo) e provate a vedere se per una volta, magari grazie ad una fotografia, la morte – o meglio, l’esperienza traumatica di perdere qualcuno a cui si è legati – possa rivelarsi un arricchimento personale, ed uno strumento per affrontare la vita con più slancio e meno rimpianti…
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