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QUALITA’ E CREATIVITA’

C’è stato un tempo, prima dell’invenzione della fotografia, e prima dell’invenzione dell’arte contemporanea, in cui all’artista si chiedeva, sostanzialmente, di essere bravo. Tecnicamente, intendo. Certo, chi era creativo, sensibile e dotato di un’ampia cultura finiva per emergere, ma la storia dell’Arte è piena di vicende personali ed artistiche di pittori e sculturi di genio che erano sopravanzati, nei gusti dei contemporanei, da mezze tacche, oggi dimenticate ma allora richiestissime. Ad ogni modo sia il genio sia il buon artigiano condividevano comunque una base tecnica comune senza la quale non si andava molto lontano. In genere, si entrava da molto giovani in qualche bottega, guidata da un “maestro”, e se ne usciva con eccellenti capacità tecniche, da affinare continuamente, senza sosta. Poi, con l’arrivo dell’età moderna (e, secondo molti, anche con l’invenzione della fotografia, che rendeva più facile ed immediato riprendere “la realtà com’era”), ci furono artisti che ruppero questo schema, iniziando a dipingere (o a scolpire) senza alcun riguardo per le canoniche regole accademiche, che anzi venivano sovvertite e piegate al volere comunicativo dell’artefice. Da quel momento in poi (ed in modo evidentissimo oggi) non si richiese più all’artista di essere tecnicamente “bravo”, ma soprattutto di essere creativo, di saper esprimere i propri sentimenti e le proprie idee in modo nuovo, originale e dirompente. Ad un certo punto, iniziarono ad affermarsi anche artisti privi di ogni formazione accademica, in alcuni casi davvero incapaci di tenere una matita o un pennello in mano ma, secondo i critici, almeno, dei geni assoluti dell’Arte, in quanto capaci di realizzare opere dal forte impatto visivo. Personalmente non mi trovo del tutto d’accordo con questi critici: secondo me la conoscenza delle basi tecniche sarebbe sempre necessaria, come spiegherò tra poco. Comunque, alcune delle opere di questi artisti valgono oggi milioni di euro.
Il gesto artistico sopravanza la capacità puramente “artigianale” dell’artista (pensiamo ai famosi orinatoi di Duchamp: qui l’artista si limita ad assegnare una nuova funzione ad un oggetto, semplicemente). Può piacere o meno, ma certo tutto questo ha aperto nuove prospettive. E veniamo alla fotografia. Fino a non molti anni fa se non si sapeva stampare divinamente una foto in bianco e nero, o riprodurre tutta la gamma dei colori di un paesaggio in una immagine, si veniva etichettati come un dilettanti nemmeno tanto in gamba. Oggi riviste, libri e siti Internet strabordano di immagini (volutamente?) sfocate, mosse, male inquadrate, in una parola completamente sbagliate, ma molto…creative. Non fraintendetemi: io amo (e pratico personalmente) la fotografia creativa, ed anche quella cosiddetta “Low Fidelity” (o Lo-Fi), magari con le Toy Cameras, ma credo che comunque alle spalle ci voglia una solida preparazione fotografica ed artistica. Picasso può piacere, molti in verità lo odiano, ma ad ogni modo era un eccellente pittore figurativo: la rottura degli schemi che lui fece, era guidata da una preparazione accademica di prim’ordine. I suoi dipinti più recenti, i suoi disegni potrebbero essere teoricamente fatti da chiunque. Sono elementari, o appaiono tali, ma sono stati prodotti invece alla fine di un percorso artistico e personale assai complesso. Oggi ci sono persone che non sanno né disegnare né dipingere, ma che scarabocchiano ghirigori incomprensibili spacciandoli per arte moderna. Lo ritengo molto disonesto, anche se non nego che ci siano casi in cui il prodotto finale sia gradevole ed interessante (ma capita di rado). Vale lo stesso per la fotografia: non bisognerebbe scattare foto mosse, sfocate e “sbagliate” – giustificandosi con la moda del momento, che chiede questo genere di immagini –  se non si è perfettamente in grado di scattare anche delle foto perfette, a fuoco, nitide e composte con cura. Solo chi conosce le regole può infrangerle con consapevolezza. Gli altri cercano, semplicemente, delle scorciatoie. Che in genere passano per una amicizia con qualche critico influente.

AGENTE PROVOCATORE

Il più delle volte, quando abbiamo un blocco creativo, avremmo bisogno di essere provocati. L’idea non è nuova: si tratta di una tecnica messa a punto da  Edward De Bono, l’ideatore del “pensiero laterale”, o almeno colui che intorno a questo concetto ha costruito una filosofia (ed una serie di pratiche) di grande rilevanza, oggi utilizzata in tutto il mondo sia nelle aziende che hanno bisogno di idee innovative per i propri prodotti, sia da creativi e singoli professionisti in cerca di spunti utili. L’intuizione di De Bono è stata quella di comprendere che il normale “pensiero verticale”, utile – anzi indispensabile – nelle normali attività quotidiane (ed anche nella matematica ed in altre scienze esatte sinchè si resta sui soliti “binari”), era però scarsamente utile – ed anzi di ostacolo – quando si trattava di innovare, di avere idee originali e fuori dall’ordinario. Qui scatta il pensiero laterale, che non funziona secondo una stringente logica consequenziale, ma che inverte, sovverte o distrugge il normale andamento dei pensieri, in modo da suscitare nuove intuizioni. De Bono ha scritto numerosissimi libri (tra tutti vi consiglio “Essere Creativi”, edito dal Sole 24 Ore, € 11,00), rivolti principalmente a manager, progettisti, tecnici ed insegnanti. Come ammette lui stesso, le sue tecniche sono state utilizzate anche da cantanti, attori, scrittori, artisti vari, ma non sono state pensate e concepite per i “creativi” nel senso artistico del termine, ed in effetti leggendo le sue pubblicazioni questo si intuisce chiaramente. Tuttavia, è possibile anche per un fotografo trarne giovamento (così come per ogni artista) semplicemente cercando di comprendere il senso profondo delle suddette tecniche e cercando di applicarle alle proprie esigenze personali. La tecnica più nota, la prima che De Bono ha concepito e diffuso, è quella detta dei “Sei cappelli per Pensare” (titolo anche di un suo libro) che però richiede un lavoro di gruppo, ed in questo rivela il suo essere stata concepita per agevolare e rendere più profittevoli le riunioni in azienda. Ma altre tecniche, come la provocazione o l’entrata casuale, la pietra di guado e la distorsione sono invece potenzialmente utilissime se siamo in cerca di nuovi spunti fotografici e ci sentiamo un po’ svuotati.

Il concetto di fondo è quello di creare un “corto circuito” mentale, facendo deviare dal solito binario il treno dei nostri pensieri. La nostra abitudine alla logica consequenziale (appresa a scuola) non ci permette di scorgere le mille possibilità alternative: perciò introducendo un elemento nuovo e dirompente, ecco che potremo allargare il nostro spazio mentale. La provocazione in tal senso è davvero un metodo potente. Ad esempio, applicando il metodo della fuga, dovremmo innanzitutto descrivere dettagliatamente qualcosa che si dà per scontato (“le stampe fotografiche vanno appese al muro”); subito dopo dovremmo “fuggire” da questa realtà, cancellandola, negandola, lasciandola cadere o rimuovendola (“le stampe vanno messe per terra”, ecco la provocazione).  Utilizzando il movimento e la tecnica dell’attimo per attimo, si possono così immaginare le stampe utilizzate come tappeti con la gente che ci cammina sopra: una mostra senz’altro originale, no? Il rischio di questa tecnica è che inconsciamente potremmo cercare di pilotare le nostre scelte. In tal caso ci viene in aiuto una tecnica dirompente, quella dell’Entrata Casuale. Dovremmo cercare di identificare una parola (nel nostro esempio: “mostra”) che illustri il concetto su cui stiamo lavorando, poi vi dovremmo collegare una parola casuale, che non abbia apparentemente nessun legame con la prima: basta aprire a caso un libro o un vocabolario e scegliere, senza guardare, una parola (ad esempio viene fuori “naso”). De Bono, per rendere l’idea dell’incongruenza tra i due termini utilizza la particella “po”: Mostra po Naso.  Ora inizia il lavoro: occorre da questa casuale associazione tirar fuori delle idee concrete. Provateci, funziona. Nel nostro esempio, quindi, potremmo immaginare una mostra in cui le persone debbano passare vicino alle stampe (davanti al proprio naso…), che sono piccolissime e montate dietro delle lenti d’ingrandimento. Non sempre avremo risultati utili o convincenti, a volte occorre lavorarci un po’, ma alla fine qualcosa se ne ricava sempre. Ovviamente questo è solo uno spunto: per imparare davvero occorre leggersi i libri di De Bono (quasi tutti in edizione economica) o, volendo, iscriversi ai corsi dell’accademia che anche in Italia rappresenta l’inventore del “Pensiero Laterale”. Buona creatività a tutti!

FOTOGRAFIA PER UN GIORNO DI PIOGGIA

La gran parte dei fotografi, sia amatori che professionisti, preferisce fotografare in viaggio. Non necessariamente andando lontano, ma comunque stando all’aria aperta, in giro, guardandosi intorno in cerca dell’ispirazione magica e fulminante in grado di regalare lo scatto unico, da far invidia a Cartier Bresson ed a tutti i maghi della “Straight Photography”. E’ vero, ci sono quelli che fanno gli Still Lifes o i ritratti in studio, ma sono considerati una minoranza, ed appartengono quasi esclusivamente alla schiatta dei fotografi professionisti. Comunque, i “topi da Studio” hanno la loro bella rivincita durante le giornate di pioggia. Piove, quindi non si fotografa: questo è il pensiero automatico che si affaccia nella mente dell’appassionato o del fotografo di viaggi. Beh, visto che mi considero un (romatico) amante delle giornate uggiose, permettetemi di dare qualche semplice consiglio per quando, fuori dalla finestra, gli angeli pisciano sul mondo, e tutto sembra avvolto dal grigiore e dall’umidità. Ricordo ancora, con una certa nostalgia, certe guide di più di vent’anni fa in cui si consigliava, all’aspirante fotografo, di non trascurare le possibilità offerte da un giorno di maltempo. La luce è diffusa e di bassa intensità; una dominante bluastra, più o meno intensa, si sparge sul paesaggio; le gocce di pioggia si depositano ovunque (anche sulla nostra fotocamera!); i colori sembrano smorti e privi di interesse: insomma una giornata perfetta per fotografare la natura! Entrare in un bosco in un giorno di sole, significa non poter realizzare quasi nessuna immagine: il contrasto tra le aree in ombra e quelle illuminate è troppo forte, difficilissimo da tener dentro una normale esposizione, ed anche i colori soffrono per questa illuminazione a macchie.
Ma in un giorno di pioggia, la luce è assolutamente magica, priva di contrasti, a volte vagamente “nebbiosa” (cosa che aumenta la sensazione di profondità), e – benchè si sia portati istintivamente a pensare il contario – i colori sono molto più saturi e vivaci, almeno nelle fotografie. Entrate in un bosco in un giorno di pioggia, in autunno, fotografate e vedrete che meraviglia. Inoltre, la gocce di pioggia adagiate su ogni foglia, ogni fungo, ogni felce, ogni fiore, aumentano in modo esponenziale le possibilità fotografiche: gli unici limiti sono la nostra fantasia e le nostre capacità tecniche. La scarsità di luce, se da un lato rende più complicato “fermare” gli oggetti, dall’altro offre ulteriori possibilità creative: sfruttando i lunghi tempi di scatto, si ottengono effetti straordinari. Non solo in un bosco. Le stesse tecniche sono applicabili su una spiaggia o una scogliera (c’è qualcosa di più spettacolare di un mare tempestoso sotto un cielo carico di nuvole, magari in prossimità del tramonto?), per i vicoli di una città o di un borgo medievale, lungo una gola fluviale: ovunque la diminuzione del contrasto e la presenza di una luce soffusa possano rendere più belle ed interessanti le nostre foto. La prima contestazione che mi si farà è che si possono sfruttare le pause tra un acquazzone e l’altro, ma che se piove… ci bagnamo. E passi per noi fotografi, ma la nostra preziosa attrezzatura? Chi la rischierebbe? Ragazzi! E’ solo acqua, accidenti! Un buon impermeabile e magari un ombrello fanno miracoli, mentre una busta di plastica forata davanti (per far passare l’obiettivo) e stretta con un elastico in prossimità della lente frontale fa il resto. Inoltre su Internet, per due soldi, trovate delle protezioni apposite, facilissime da utilizzare, e che lasciano comunque la possibilità di montare la fotocamera sul cavalletto.
Perchè, mi sembra ovvio, il cavalletto è fondamentale, quando la luce è poca. Aumentare gli Iso, anche con le moderne ed evolute fotocamere digitali, può risolvere il problema del mosso, ma non consente comunque di scattare in modo creativo con tempi lunghi di esposizione. E se volessimo fotografare proprio la pioggia mentre cade? Normalmente, a meno che non diluvi davvero, la pioggia non si vedrebbe. Ed allora montate il flash: anche riprendendo un panorama, il lampo del flash elettronico fermerà e rivelerà le gocce che cadono, almeno quelle più vicine. E’ il classico trucco in genere utilizzato per i fiocchi di neve. Con un po’ di prove vi garantisco che funziona. E se proprio non vi va di bagnarvi i piedi (ma hanno inventato apposta gli stivali di gomma), di rischiare un raffreddore o di bagnare l’attrezzatura… Beh, vi restano sempre gli Still Lifes in casa!
PULSANTE

FOTOGRAFIA SPORTIVA

Non intendo affatto parlare di quei colleghi che ammiriamo ogni domenica a bordo campo armati dei loro teleobiettivi da 600 e più millimetri intenti ad accumulare migliaia di scatti del calciatore o del cestista di turno, o che vediamo sgomitare d’inverno lungo le piste dello sci o rischiare un improvvido tuffo in piscina durante i campionati di nuoto stile libero. E’ un genere fotografico di grande interesse, a volte anche economicamente produttivo, ma non è di questo che voglio parlare. Intendo invece chiedermi (e chiedervi): la fotografia può essere considerata di per sé stessa uno sport? Se pensiamo che sono considerate attività sportive anche gli Scacchi e addirittura il Bridge (il gioco delle carte voglio dire: lo stretto di Messina non c’entra), credo che su questo ci siano pochi dubbi. Sebbene realizzare foto di Still Life non richieda normalmente grandi sforzi fisici, realizzare belle foto di Paesaggio, specialmente in montagna, o intriganti scatti di Natura, comporta invece un’attività fisica non indifferente. E in realtà esistono dei Campionati Mondiali di Fotografia Naturalistica, così come di Fotografia Subacquea (un altro genere che richiede una preparazione fisica di prim’ordine), ma sono chiamati “campionati” in senso lato, la prestazione fisica è considerata necessaria ma non fondamentale, ciò che conta è il gesto creativo. Naturalmente, è giusto così: la fotografia è principalmente un’arte. Però vorrei insistere sul fatto che fotografare potrebbe essere considerato un gesto atletico vero e proprio, sebbene di intensità relativamente ridotta. E vi faccio un esempio. L’altro giorno stavo in un bosco a fotografare funghi. Quando arriva questa stagione, e le foglie degli alberi s’indorano (scusate il poetismo), non resisto mai alla tentazione di andare “a funghi”: quelli che cerco io, ovviamente, non sono commestibili (alcuni anzi sono decisamente tossici o mortali…), a me interessa solo il loro aspetto estetico.

Ce ne sono di bellissimi: a forma di trombetta, di palla, di rete, a ombrello, a lamelle… Insomma, difficile trovare un soggetto più interessante di questo! Ebbene, dopo cinque ore di “cerca – trova – fotografa” piegato in due nel sottobosco, mi sentivo come un atleta al termine della Maratona di New York. Si mettono in moto muscoli che uno dimentica di avere, se non quando, appunto, iniziano a far male perchè sollecitati troppo a lungo. E che dire di quando si vogliono realizzare belle immagini dalla cima di una montagna? Mi si dirà che in quel caso lo sport praticato è in realtà l’escursionismo (o addirittura l’arrampicata su roccia), ma chi di voi (noi) ha praticato questo “sport” fotografando, sa bene che il normale escursionista è al confronto un comodoso “culo di piombo” impegnato a passeggiare a ritmo blando su una modesta collina. Oramai con i miei amici abbiamo stabilito di decidere a priori se un’uscita sul campo deve essere solo escursionistica o solo fotografica: mischiare le due cose portava a sofferenze inenarrabili su per i sentieri appenninici, carichi come i somari sul Carso durante la Prima Guerra Mondiale, con cavalletti, flash ed obiettivi e la costante indecisione se fermarsi a fotografare quel bel fiore o quella farfalla o quello scorcio sulla valle, o piuttosto proseguire verso la cima, perchè in costante ritardo sulla tabella di marcia! Perciò, senza farla troppo lunga, io propongo di considerare la fotografia “outdoor” come una vera e propria disciplina sportiva, con tanto di FIFO (Federazione Italiana Fotografia Outdoor) nell’ambito del CONI e la partecipazione alle prossime Olimpiadi almeno come “Sport dimostrativo”. Beh, non sarebbe male, no? Pensate che soddisfazione. Magari ci sarebbero i fotografi di sport con i loro teleobiettivi tutti intenti a fotografare altri fotografi impegnati invece a scattare immagini per sport. Una scena epica, senza dubbio!

IL CARO ESTINTO

Sarà forse perché si sta avvicinando la ricorrenza dei morti, o magari perchè attraverso un periodo un po’ malinconico, ma stavolta vorrei parlare dei defunti. Dài, smettetela con gli scongiuri: intendo parlarne dal punto di vista fotografico, è ovvio. Riflettevo infatti sulla capacità che possiede la fotografia di tramandarci le fattezze di chi non c’è più, ed a volte di ricordarcene anche il carattere, o addirittura -quando la foto è stata fatta da uno davvero bravo- uno spicchio d’anima della persona ritratta. Non ho bisogno certo di scomodare Susan Sontag come testimone: chiunque abbia avuto a che fare con la fotografia (cioè oramai praticamente tutti) sa bene che potere mnemonico straordinario abbia. Se noi oggi possiamo ricordare i nostri cari, le loro fattezze almeno, ma anche avere un’idea dell’aspetto di tanti personaggi del passato, soprattutto personaggi importanti e famosi, è proprio grazie a questa meravigliosa invenzione. E se è vero che le “personalità” (re e dittatori, scrittori, poeti e grandi artisti, politici, e così via) hanno avuto anche l’onore di essere ripresi grazie alla cinematografia (che in qualche modo è un’arte figlia della fotografia), tutti gli altri si sono dovuti accontentare  - prima dell’introduzione del “video” elettronico che ha reso le immagini in movimento alla portata di chiunque – delle immagini fisse. Album e cornici abbondano delle fotografie ingiallite e fuori moda di nonni e bisnonni, zie e cugini, lontani parenti che non abbiamo mai conosciuto, ma che sono comunque entrati nelle nostre vite grazie al fatto che possiamo, per così dire, “guardarli in faccia”, infrangendo il muro del tempo e dello spazio. E pensate che sollievo poter ricordare il volto di una persona cara scomparsa grazie ad una immagine fotografica: per secoli, le persone hanno fatto i conti con l’aggressione della dimenticanza, che faceva lentamente sbiadire se non i ricordi più vivi, certamente rendeva meno nette e precise le fattezze del caro estinto, che così pian piano spariva dall’orizzonte quotidiano della famiglia, e delle generazioni successive. La fotografia ha donato alle masse uno stralcio di eternità, quella che prima era riservata solo ai ricchi, ai nobili ed ai potenti, che avevano i fondi necessari a lasciarsi dipingere da qualche artista di grido. Grazie alle sculture, noi possiamo almeno immaginare le fattezze addirittura di un imperatore romano, ma niente sappiamo delle facce che aveva il popolo su cui regnava. Oggi ogni famiglia ha un repertorio esaustivo dell’aspetto di ciascun componente da almeno 5-6 o più generazioni. Se questo sia sempre e comunque un bene, non lo so, ma è un altro segno di come la fotografia ci abbia cambiato la vita! E visto che viviamo nell’era della condivisione allargata e dei social network, vi consiglio di fare un giro nel sito Stayinme, un nuovissimo social network dedicato al lutto, ideato e reso “vitale” (scusate l’ossimoro) da due mie care amiche. E’ in realtà un luogo virtuale in cui condividere dolori e ricordi legati alla perdita di una persona cara, di un animale, di un personaggio famoso. Ed è anche un luogo in cui depositare ed appunto condividere anche le fotografie (e volendo, anche i video) della persona (o dell’animale) scomparso. Niente di macabro o triste: la morte, che ci piaccia o no, è parte integrante delle nostre vite, ed anche se ne abbiamo paura non per questo dovremmo “scansarla” ed evitare di parlarne, perché in questo modo potremmo finire per negarci la possibilità di rimanere in contatto con le persone che hanno “attraversato quella porta”. E certamente sarebbe un peccato. Fateci un giro (nel social network, intendo) e provate a vedere se per una volta, magari grazie ad una fotografia, la morte – o meglio, l’esperienza traumatica di perdere qualcuno a cui si è legati – possa rivelarsi un arricchimento personale, ed uno strumento per affrontare la vita con più slancio e meno rimpianti…